mercoledì 26 gennaio 2011

Il vento della rivoluzione toccherà l'Italia?

La rivolta del pane in Tunisia
Masaniello era un giovine di ventisette anni, d'aspetto bello e grazioso, il viso l'aveva bruno ed alquanto arso dal sole: l'occhio nero, i capelli biondi che gli scendevano giù per lo collo. La rivolta che guidò a Napoli nel 1647 fu scatenata dall'esasperazione delle classi più povere verso le imposte sugli alimenti di necessario consumo. Anche la recente Rivolta del Pane in Tunisia ed il vento della rivoluzione che soffia nei paesi limitrofi e lambisce l'Albania, è dettato da un senso di ingiustizia che nasce tra le code di chi deve acquistare un pezzo di pane; in queste code, in questi assembramenti, pensate quanto sia facile per le classi più povere confrontarsi e realizzare la propria condizione senza speranza. Qualsiasi stato, più o meno rappresentativo di una oligarchia promotrice di ingiustizie sociali, non sa e non riesce ad affrontare centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza chiedendo pacificamente il cambiamento; se spari le persone che protestano raddoppiano; è stata l'intuizione geniale di Gandhi, espressione della sua levatura morale. Ricorderete, non sono passati molti anni da quando Craxi dovette scappare sotto un lancio fitto di monetine, rifugiandosi ad Hammamet. Già, e l'Italia? L'Italia, mai come in quest'ultimo decennio, è stata attraversata da ingiustizie sociali più o meno manifeste. La forbice pensionistica, cioè la differenza tra la pensione più alta e la minima è di 150 volte tanto, a differenza della Svizzera dove è tre volte tanto; la tassazione finanziaria è del tutto insufficiente e pare piuttosto l'espressione degli interessi degli speculatori senza scrupoli che soffocano l'economia reale. Non parliamo degli stipendi spropositati e spesso immeritati dei manager che sono un vero e proprio schiaffo a qualsiasi principio di equità sociale. Ma non voglio fare l'elenco della spesa delle ingiustizie sociali; in fondo le hanno volute gli italiani, il popolo dei Po po po po po po: si dorme, si mangia, si xxxx, si guarda la TV sognando uno yacht a Portocervo. Dopo aver votato Mussolini, Andreotti e Craxi, gli italiani, sempre per inseguire i principi di una ricchezza effimera e fine a se stessa, hanno votato l'imprenditore più ricco e con lo stalliere mafioso, Silvio Berlusconi, arricchitosi in barba ai principi di moralità e legalità. Tanti sono orgogliosi di essere italiani. Io preferirei essere in tutta franchezza Neozelandese, Canadese, Australiano, Svedese, Danese, Inglese, etc. Ecco perchè tanti giovani se ne sono andati via dall'Italia negli ultimi anni; non sentono questo paese virtuoso. Silvio Berluconi, a cui il popolo attribuisce il merito di "avercela fatta" e di essere un imprenditore impareggiabile, si è semplicemente arricchito ritrovandosi in diverse situazioni di oligopolio e monopolio, uno per tutti il possesso dell'etere in assenza di concorrenza nella raccolta pubblicitaria. Dato che le risorse di un paese sono oggettivamente finite, nel momento in cui un imprenditore come Silvio Berlusconi diventa proprietario di una ricchezza così spropositata, sancisce parimenti l'impossibilità per i suoi concittadini di accedere alle medesime opportunità. Non basta diffondere l'immagine di un generoso Premier Benefattore, per calmierare questo principio. Se io mi impossessassi di tutta la terra di una valle, come farebbero le future generazioni ad accedere parimenti ai prodotti della terra? Dovrebbero emigrare. L'ingiustizia sociale si manifesta in Italia, come altrove, nella possibilità da parte di un singolo individuo di accumulare ricchezze spropositate senza freni, togliendo così la possibilità alle attuali ed alle future generazioni di poter accedere alle medesime possibilità ed opportunità in termini di risorse. Ho già detto di come la ricchezza di certi imprenditori superi la loro capacità di contare. L'ascensore sociale in Italia è rotto da tempo. Quell'ascensore che tanti speravano di poter prendere, diventando come Silvio Berlusconi. Gli italiani si debbono ora confrontare con la dura realtà del berlusconismo e capire di aver votato anche un puttaniere. La più grande paura di Silvio Berlusconi, ed è il motivo per cui richiama in modo ossessivo lo spettro di un comunismo che non esiste più, è che il "popolo dormiente ed incantato dalle sue televisioni" intuisca improvvisamente che esiste una misura nelle cose, vi sono precisi confini, oltre i quali e prima dei quali non può sussistere il giusto. In parole povere: la sua ricchezza spropositata significa e ha significato la miseria di qualcun'altro. Per questo il mio manifesto politico, si concretizzerebbe nel prevedere una tassazione pari al 100% per quei redditi o quei patrimoni che superano qualche milione di euro. Non esiste merito e qualità personali che possano giustificare l'accumulo di ricchezze spropositate che altro non fanno che impedire al prossimo di accedere, in termini di possibilità, alle medesime risorse. La ricchezza di un singolo individuo non può e non deve condannare alla miseria indirettamente il proprio prossimo. Questo non è un principio politico di destra o di sinistra, ma è un principio assoluto di equità sociale, a cui si richiama la nostra carta costituzionale; ma allora perchè non si è organizzata o non è in cantiere una gigantesca manifestazione ad Arcore per invitare Silvio Berlusconi a rifugiarsi ad Antigua, come fece Craxi ad Hammamet? Perchè la crisi, quella vera, non è ancora arrivata; ma se la disoccupazione giovanile dovesse aumentare, come sta aumentando, ed il debito pubblico dovesse allargarsi, come si sta allargando, io credo che in Italia assisteremmo a degli esiti inaspettati. Lo sanno quelle migliaia di giovani e studenti che a fine 2010 hanno messo in crisi le istituzioni al grido di "Non la paghiamo noi la vostra crisi". Ho già parlato del vento del cambiamento. Lo ha capito anche Silvio Berlusconi, che sta costruendo ville ad Antigua.  

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Appunti di economia.
Fino al 1929 per Occidente e Stati Uniti la politica economica era fondata sulla teoria del liberismo, che,per dirla in maniera elementare, consisteva per le industrie di ottenere grossi profitti e tenere bassi i salari, per lo Stato di non intervenire sull’economia. Chiunque poteva avviare un’attività e il bilancio dello Stato doveva essere sempre in pareggio: non spendere più di quanto guadagnato. Questo fino alla grande crisi del 1929 che mostrò i limiti di un sistema fondato sui principi della tradizione classica e mise in discussione queste teorie.
Nel 1936 l’economista inglese John Maynard Keynes, per modificare e rovesciare il liberismo, pubblicò un’opera ” The general theory of employment, interest and money,” in cui sosteneva, sovvertendo l’impianto classico, che in caso di crisi l’eccessiva propensione al risparmio e la compressione dei salari fosse il danno maggiore. Asseriva che le industrie per svilupparsi dovevano produrre e vendere (sembra una banalità, ma per chi ha nozioni di economia non lo è), e i salari dei dipendenti dovevano essere piuttosto alti da invitare le persone a spendere il denaro. Lo Stato doveva divenire esso stesso imprenditore, per esempio dando vita a dei programmi di lavori pubblici impiegando molte persone tra tecnici e operai e quindi facendo diminuire la disoccupazione. Con questo tipo di politica lo Stato in un primo momento spenderà e si indebiterà, ma è solo un deficit momentaneo perché quelle spese in seguito frutteranno. Per ottenere questo uno Stato può decidere di ridurre la pressione fiscale, incassando sicuramente meno, ma i cittadini, in questo modo, dovendo pagare meno tasse, avranno in tasca più denaro da spendere dando “slancio” all’economia. Caso contrario se i cittadini non hanno soldi non spendono, quindi le merci e i prodotti restano invenduti danneggiando industrie e negozi. Non si fa fronte a una situazione di crisi risparmiando più del solito perché così diminuiranno anche i posti di lavoro in quanto i negozi non riusciranno esaurire le scorte di materiale, quindi non rinnoveranno gli ordini alle fabbriche produttrici. Bisogna invece acquistare per incrementare l’occupazione.
Keynes con questo non proponeva l’abolizione della libera impresa, ma un capitalismo giudiziosamente governato dallo Stato che doveva mirare a guidare il mercato, avviando una politica economica pragmatica.
Le teorie di Keynes sono state applicate con grande successo dal governo statunitense durante il New Deal e ancora oggi sono seguite e discusse.
Matteo Dionisi M.

Sciretti Alberto ha detto...

Certo che se lo Stato, che dovrebbe in qualche modo vigilare e governare le direttrici del capitalismo, diventa promotore di eterni cantieri come quello della Salerno-Reggio Calabria, questa politica di deficit spending servirà solo ad ingrassare il malaffare ed il ritorno economico è solo in termini di voti di scambio e lavoro apparente; anzi aumenterà spaventosamente l'indebitamento. A Gennaio 2011, Bankitalia ha rilevato che il debito pubblico italiano ha raggiunto 1.869,924 miliardi di euro. Giusto per rendere l’idea con un aneddoto personale, quando diedi l’esame di Finanza Pubblica all’Università di Padova nell’ottobre 2008, il debito era pari a 1.669,8 miliardi di euro. Se il 50,9% dei giovani tra i 25 e i 34 anni si trasferirebbe volentieri all'estero, secondo il Rapporto Eurispes 2011, è perché hanno capito che è proprio lo Stato del Belpaese ad essere affetto da un male incurabile. L’esempio più eclatante è quando una regione martoriata come la Sicilia e quindi maggiormente bisognosa di un governo illuminato, viene governata dal 17 luglio 2001 al 18 gennaio 2008 da un mafioso quale Salvatore Cuffaro. Badate non è successo tanto tempo fa, è successo l’altro ieri e costui veniva soprannominato senza pudore "bacia bacia", per la sua abitudine a salutare tutti quelli che incontrava con due baci sulla guancia. L’Italia è quindi anestetizzata dalla corruzione e deficita di un vero progetto industriale; il Ministero dello Sviluppo Economico a seguito delle dimissioni di Claudio Scajola il 4 maggio 2010, nell'ambito dello scandalo dei favori della cricca di Anemone a vari politici, è rimasto per 5 mesi ad interim nelle mani di Berlusconi, che affermava di lavorare fino a tarda notte per il bene del paese, prima che delle intercettazioni non svelassero la miseria di quelle notti; ecco il proliferare di lavori inutili ed improduttivi, in cui raccomandazioni e favoritismi, intrecci di interessi e un reticolo di alleanze, connivenze e collusioni, soffocano il merito ed in cui ogni categoria di lavoratori prova a fregarne un’altra, perché come disse il magistrato Antonio Ingroia, "abbiamo oggi una mafia più civile e una società più mafiosa. Una mafia sempre più in giacca e cravatta e una società che cambiandosi abito troppe volte al giorno sceglie il travestimento. Insomma, abbiamo interi pezzi di società che hanno ormai introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi. E lo si vede in tutti i campi".

Anonimo ha detto...

Ho riportato l’affascinante teoria di Keynes perché si è rivelata molto efficace in un momento di gravissima crisi come quella del ’29, ma soprattutto perché è applicabile a uno Stato in grado di governare “giudiziosamente” il capitalismo. Non intendevo aprire una discussione di tipo scientifico, anche perché l’Economia non si basa certo su regole e principi indiscutibili, bensì su delle ipotesi (alla fine su questo voglio riportare una barzelletta di un professore universitario). Piuttosto vorrei considerare l’Economia più nella sua forma di espressione letteraria, pertanto condizionata e influenzata dall’ispirazione politica. E cosa ispira un governo che, attualmente, invece di occuparsi seriamente della crisi economica che affligge il paese, sembra preoccuparsi solo delle notti agitate del premier e di studiare svariate strategie per salvarlo dai numerosi processi che lo coinvolgono? Cosa ispira un premier, il cui ruolo è quello di rappresentare il Paese, che fa parlare di sé più per le sue vicende sessuali che per discutere su importanti questioni nazionali e internazionali? Questo continuo spettacolo, assai poco edificante, sta compromettendo la reputazione dell’Italia nel mondo e finirà per influire negativamente, per non dire di peggio, sul giudizio dei mercati.
Se il premier si occupasse seriamente degli affari di Stato piuttosto che dei suoi pruriti sessuali, le cose forse andrebbero un po’meglio.

E ora sorridiamo un po’ ;)
Un aereo sul quale volano un chimico, un fisico e un economista precipita su un’isola deserta.
Tra i rottami del velivolo riescono a recuperare delle vettovaglie, tra cui una scatoletta di tonno. Ma hanno un problema: non hanno un apriscatole. Ognuno dei tre, allora, propone la sua soluzione su come aprirla…
Il chimico dice: “Potremmo lasciare la scatoletta nell’acqua del mare: l’azione del sale potrebbe corrodere la scatoletta che arrugginendosi, sarebbe facilmente apribile…”.
Il fisico invece propone: “Potremmo andare su un promontorio, lasciar cadere la scatoletta nel vuoto che, attratta dalla forza di gravità, si schianterebbe al suolo aprendosi…”.
A questo punto parla l’economista: “Ipotizziamo di avere un apriscatole…”

by Matte

alfio ha detto...

Sono capitato nel tuo blog per sbaglio. Ma condivido in pieno tutto quanto dici. E mi fa piacere che ci siano giovani che la pensano così. Io sono in là con gli anni, pensionato, ma sono certo che non possa durare a lungo questa situazione politica deprimente...

Sciretti Alberto ha detto...

Caro Alfio,
il populismo di Beppe Grillo non mi piace ma nella sostanza fa una analisi corretta quando ad Anno Zero il 10/02/2011 ha detto che ai giovani italiani non resta che emigrare o fare la rivoluzione.

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